Ricordo di avere ascoltato per la prima volta Annamaria Vanalesti a proposito del “poema sacro” a fine gennaio del 2020 -dunque alla vigilia dell’irrompere della pandemia qui in Italia-, presso la Società Dante Alighieri in Roma. E si tratta di un ricordo ben vivo nella mia memoria, avendo la studiosa in quella occasione affrontato, con grazia davvero sapiente, un canto di spessore cosmologico arduo e complesso qual è il quarto del PURGATORIO: quasi una doccia fredda a suo tempo per me lettore -non esito ad ammetterlo! – dopo l’incredibile suggestione sprigionata dal precedente, il terzo, focalizzato com’è noto sulla indimenticabile figura di Manfredi. Ebbene, la stessa grazia di cui ho appena detto, nei termini di una evidente altezza divulgativa, l’ho riconosciuta ben presente in ogni pagina dell’ultimo libro della Vanalesti dedicato al Sommo Poeta, “La lingua della visionarietà dantesca” (2024), saggio ricevuto in dono dalla studiosa il 25 marzo scorso, nella giornata del DANTEDI’. Già l’immagine riportata nella copertina del volume in oggetto è più che eloquente, circa la complessità dell’argomento: si tratta infatti del “Sonno di Dante”, riquadro dell’affresco di Joseph Anton Kock nella Stanza dedicata dai “Nazareni” all’Alighieri in Villa Massimo a Roma. E così, dalla VITA NOVA fino al canto XXXIII del PARADISO, ecco la studiosa approfondire e nel contempo chiarire al lettore, in questo saggio, le visioni dantesche di diversa natura; non aggiungendo altro da parte mia, in quanto non è questa la sede (per non dire del concentrato piacere che negherei a chi volesse immergersi nella lettura di esso). Ma non posso proprio tacere –qui contraddicendomi subito- delle pagine per me particolarmente splendide e chiarissime di Annamaria Vanalesti riguardo alla luce che si fa fiume, agli occhi del pellegrino Dante, all’altezza del canto XXX del PARADISO: prima della “Visione Suprema” che suggella il poema, laddove il “romanzo” della grande anima dantesca trova il suo compimento.
Andrea Mariotti